L’incontro con la Dea che distrugge l’ombra
di Alberto Orlandi
In questi giorni mi trovo in India.
Ogni volta che torno qui sento di attraversare non solo una distanza geografica, ma uno spazio interiore. L’India non è un luogo che si visita: è qualcosa che ti attraversa.
Durante questo viaggio mi sono avvicinato a una presenza particolare, intensa, potente: Chamunda, una delle 64 Yogini della tradizione tantrica.
Un incontro che non è stato casuale.
Chi è Chamunda
La sua origine viene narrata nel Devi Mahatmya, uno dei testi fondamentali della tradizione Shakta.
Durante la battaglia contro le forze demoniache, dalla fronte della Dea Durga emerge una forma feroce e terribile, identificata con Kali. È questa forma che affronta e uccide i demoni Chanda e Munda.
Dopo averli sconfitti, la Dea viene chiamata Chamunda, un nome che unisce proprio i due demoni abbattuti.
Nel tempo, Chamunda assume un’identità autonoma nella tradizione tantrica, diventando una delle manifestazioni più potenti e radicali del femminile divino, venerata anche nel ciclo delle 64 Yogini.
La forza che libera
Chamunda non è una divinità rassicurante.
Nell’iconografia appare spesso emaciata, intensa, con simboli legati alla morte e alla dissoluzione. Ma la sua non è una distruzione cieca.
È la distruzione dell’illusione.
Chanda e Munda non rappresentano solo entità mitologiche, ma forze interiori: arroganza, aggressività, ignoranza, attaccamento.
La Dea combatte ciò che imprigiona la coscienza.
Questa riflessione andrebbe fatta per ognuna della 64 yogini, ma in ogni tempio a loro dedicato che ho visitato ho sentito un richiamo particolare per Chamunda.
Osservando la sua immagine ho sentito quanto questo simbolo sia attuale anche per noi.
Incontrare l’ombra
Spesso cerchiamo la spiritualità come qualcosa di dolce e rassicurante.
Ma il cammino interiore non è fatto solo di luce, anzi, è soprattutto l’incontro con i nostri demoni che ci permette di evolvere.
Chamunda è l’aspetto della Dea che ci invita a guardare ciò che evitiamo.
Ciò che temiamo.
Ciò che vorremmo non vedere.
In Ayurveda parliamo di equilibrio, di armonia tra i dosha, di leggerezza.
Ma per arrivare a quella leggerezza, a volte è necessario lasciare che qualcosa muoia.
Un attaccamento.
Un’identità.
Una struttura che non è più autentica.
Chamunda è la forza che rende possibile questo passaggio.
Il viaggio come specchio
Essere qui in India, davanti a lei, mi ha ricordato che ogni viaggio esteriore è anche un viaggio interiore.
Non si tratta solo di venerare una divinità.
Si tratta di riconoscere che dentro ognuno di noi esiste una forza capace di dissolvere ciò che non è vero.
Chamunda nasce dalla fronte della Dea — simbolicamente dal centro della visione interiore.
La trasformazione comincia dalla consapevolezza.
Quando vediamo con chiarezza, l’illusione cade.
Distruzione come atto d’amore
Chamunda non è violenza.
È liberazione.
È il coraggio di tagliare ciò che non ci appartiene più.
È la forza di lasciare andare per rinascere.
In questo viaggio ho sentito che il suo messaggio è semplice e potente:
non possiamo trasformarci senza attraversare l’ombra.
E ogni volta che scegliamo la verità invece dell’illusione, stiamo già onorando la sua energia.
Alberto

